domenica, Giugno 14, 2020

Giustizia, Di Matteo: “Le correnti? Metodo mafioso seguire l’appartenenza per le nomine”

L’ex pm, ora al Csm, definisce “devastanti” le scarcerazioni dei mafiosi e critica Anm e Csm perché non hanno difeso lui e i colleghi del processo Stato-mafia     

da del 14 giugno 2020

di LIANA MILELLA

ROMA –   Nino Di Matteo a 360 gradi sulle correnti della magistratura per il metodo “mafioso” utilizzato nelle nomine, sulle “devastanti” scarcerazioni dei mafiosi avvenute tra marzo e aprile, sulla solitudine sua e dei suoi colleghi dopo le accuse subite per il processo Stato mafia.

Drastico il suo giudizio su Cosa nostra che “fa politica”. Tant’è che Riina, come riferisce Di Matteo durante l’intervista con Massimo Giletti a “Non è l’arena”, dice ai suoi: “Se non avessimo avuto i rapporti con la politica saremmo stati una banda di sciacalli”, cioè, chiosa l’ex pm di Palermo, “dei criminali comuni, e ci avrebbero già azzerato”.

Nessuna risposta invece sulla querelle a proposito dell’incarico di direttore del Dap nel 2018 che lo ha portato allo scontro con il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede perché, dice Di Matteo, di quello “parlerò in una sede istituzionale”, e cioè giovedi alle 14 di fronte alla commissione parlamentare Antimafia che lo ha convocato.  

Il Csm e le correnti come la mafia

Di Matteo ripete quanto aveva già detto a novembre dell’anno scorso, nella sede dellAnm, presentando se stesso e la sua candidatura per le elezioni suppletive dellAnm dopo le dimissioni di cinque consiglieri a seguito dell’inchiesta di Perugia per corruzione sull’ex pm Luca Palamara. “Lo dissi, lo ridirei e lo affermo anche oggi dice Di Matteo e cioè che privilegiare nelle scelte che riguardano la carriera di un magistrato il criterio dell’appartenenza a una corrente o a una cordata di magistrati è molto simile all’applicazione del metodo mafioso”. Una dichiarazione che già otto mesi fa provocò una durissima reazione.

Stavolta Di Matteo mette in guardia i colleghi dal rischio che la magistratura possa rischiare una riforma che la metta sotto “il controllo della politica”. Tant’è che dice: “La valutazione del lavoro di un magistrato o le nomine fatte per incarichi direttivi nei confronti di un magistrato condizionate da un criterio dell’appartenenza sono assolutamente inaccettabili”.

Come se ne esce? “Dobbiamo trovare la forza, necessariamente a tutti costi, di invertire per primi la rotta, prima che invece qualcuno possa approfittare di questa situazione di difficoltà e di mancanza di credibilità della magistratura, per fare riforme che hanno uno scopo che non possiamo mai accettare, quello di sottoporre di fatto la magistratura a un controllo da parte del potere politico”. Ovviamente Di Matteo non fa alcun riferimento esplicito alla riforma del Csm su cui sta lavorando il Guardasigilli Alfonso Bonafede, ma è chiaro che si sta parlando di quella.

Scarcerazioni “devastanti”

Molto duro anche il giudizio del magistrato antimafia sulle oltre 200 scarcerazioni di mafiosi avvenute tra marzo e aprile. “Il segnale è devastante dal punto di vista simbolico, e comunque è idoneo il ritorno a casa a produrre effetti concreti pericolosi per il futuro. Un mafioso anche al 41 bis si industria sempre per cercare di fare arrivare, soprattutto se è un capo, le direttive fuori dal carcere ai suoi”. E aggiunge: “Figuriamoci se quel mafioso ha avuto la possibilità di tornare a casa”.

Palamara e Di Matteo fuori dal pool sulle stragi

L’ex pm parla anche di Palamara e racconta di aver scoperto dalle carte di Perugia il giudizio dell’ex pm su di lui e sulla sua estromissione dal pool sulle stragi quando era in quota alla Procura nazionale antimafia:  “Ho verificato dagli atti di Perugia che il dottor Palamara, prima che avvenisse questa esclusione, si era, diciamo, lamentato del fatto che io facessi parte di questo gruppo. E nel momento in cui venne resa nota la mia estromissione, accolse la notizia, diciamo, con molta soddisfazione. Non devo essere io a dire cosa penso”.

Abbandonato da Csm e Anm

Di Matteo non riesce a dimenticare di non aver avuto la solidarietà “né dell’Anm, né del Consiglio superiore della magistratura” che “dimostrarono un pericoloso collateralismo politico” quando lui e i suoi colleghi impegnati nell’inchiesta per la trattativa Stato-mafia furono attaccati per le intercettazioni in cui era stato coinvolto l’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. “Quando partì questa indaginedice Di Matteo – molti pensavano che fosse frutto di una costruzione, di un teorema politico di magistrati un po’ fantasiosi. Nel tempo molti si resero conto che l’indagine si riferiva a fatti concreti, che non era frutto di una fantasia, adesso oggetto di una sentenza di primo grado e prima ancora di un decreto di rinvio a giudizio”.

Ma Di Matteo parla soprattutto di quando esplose il caso delle intercettazioni: “C’è stato un momento in cui, soprattutto dopo la vicenda delle intercettazioni che erano state legittimamente disposte dal gip su nostra richiesta per le utenze in uso al senatore Mancino e alla registrazione di alcune telefonate con il presidente Napolitano, che a noi è stato detto di tutto, siamo stati definiti ricattatori del capo dello Stato, eversori. Quando morì il compianto dottor D’Ambrosio ci chiamarono assassini. In quell’occasione, rispetto a ingiurie e calunnie, non ci ha difeso nessuno. Né l’Anm, né il Csm, che in quel momento dimostrarono un pericoloso collateralismo politico schierandosi per motivi di opportunità dalla parte del potere politico”.

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