sabato, Gennaio 11, 2020

ESTERO-I brand italiani del lusso si preparano a lasciare Hong Kong

da AGI.it 18:40, 10 gennaio 2020

di Eugenio Buzzetti

Hong Kong soffre di un calo dei turisti, che riguarda in primo luogo gli alberghi, e subito dietro, il settore retail. A novembre 2019, il mese più duro delle proteste anti-governative, i turisti sono calati del 56% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente

Un negozio Louis Vuitton a Hong Kong
HONG KONG                             LOUIS VUITTON                       GUCCI

Alcuni grandi brand del lusso mondiale pensano di lasciare Hong Kong, a sette mesi dall’inizio delle proteste anti-governative che hanno sconvolto l’ex colonia britannica, facendola piombare in recessione tecnica.

Louis Vuitton, secondo quanto riporta il South China Morning Post, potrebbe essere il primo dei grandi marchi della moda a prendere provvedimenti: il gruppo parigino sta pensando di chiudere il suo store al Times Square Mall nel distretto dello shopping di Causeway Bay, sull’isola di Hong Kong, dopo che il gestore del centro commerciale, Wharf Real Estate Investment Corporation, si è rifiutato di abbassare il prezzo d’affitto.

Hong Kong soffre di un calo dei turisti, che riguarda in primo luogo gli alberghi, e subito dietro, il settore retail. A novembre 2019, il mese più duro delle proteste anti-governative, i turisti sono calati del 56% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente, andando a peggiorare una situazione già difficile, per alcuni grandi marchi italiani: Moncler, Gucci e Salvatore Ferragamo già nel terzo trimestre avevano segnato cali delle vendite nella città che arrivavano fino al 45% su base annua.

A questi nomi si aggiungono anche quelli della tedesca Hugo Boss e della francese Hermes, che hanno accusato nei bilanci il peso delle proteste. Lvmh, nello stesso periodo, ha registrato un calo del 25% e secondo quanto appreso dal quotidiano di Hong Kong, il gruppo ha anche deciso di dislocare parte del personale in Cina, dove si registra un aumento di clienti che prima si recavano nell’ex colonia per gli acquisti.

Prada, invece, già ad agosto scorso, aveva deciso di terminare il contratto di leasing del suo flagship store a Causeway Bay a giugno 2020. La mossa venne vista come esemplare dell’effetto delle proteste combinato con lo sconvolgimento del settore retail provocato dall’e-commerce, con le piattaforme di TMall, gestita da Alibaba, e di Farfetch, che vendono entrambe prodotti a marchio Prada.

Il ritiro dal quartiere dello shopping di Hong Kong è stato vissuto come uno shock dal gestore immobiliare: il gruppo Early Light annunciò un taglio del 44% nel prezzo dell’affitto del punto vendita in Russell street dai livelli attuali per chiunque intendesse occuparlo da luglio prossimo. Hong Kong è una delle piazze più care al mondo per l’immobiliare a uso commerciale, e il rischio è che la spesa – a volte superiore anche a quella di un punto vendita sulla Quinta Strada a New York – possa non essere più giustificata dai ricavi.

Fino a prima dell’inizio delle proteste pro-democrazia, l’ex colonia britannica contava per circa il 5% delle vendite retail a livello globale, ma dopo lo scoppio delle turbolenze si stima che oggi quella fetta si sia assottigliata e non superi il 2%.

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